La verità vulnerabile e l’industria dei media

feb 10

La verità vulnerabile e l’industria dei media

La vittoria di Donald Trump nelle elezioni presidenziali americane ha sottolineato il profondo senso di vulnerabilità della verità della società contemporanea. La crisi generale di credibilità dello spazio pubblico di comunicazione del nostro tempo ha certamente radici nell’efficace strategia del neo presidente; una strategia mutuata dai siti di alt-right che gli sono stati vicini nella campagna e che prevede di disintegrare le differenze di legittimità tra ciò che è vero e ciò che è popolare, giudicando l’attendibilità di una notizia o di un’opinione in virtù di quanto questa sia parte integrante del discorso comune piuttosto che la sua verità.

Riservandoci di sospendere per un momento il tema politico di questa strategia, il fenomeno che ha suscitato maggior interesse in questo periodo è lo sviluppo industriale della notizia falsa. E’ evidente che la produzione di notizie false ha ottenuto un valore economico prima ancora che polito o sociale aumentato dagli steroidi della distribuzione social.

Il crescente coinvolgimento d’istituzioni politiche, economiche e finanziarie nella produzione di notizie false è stato accompagnato dallo sviluppo di una vera e propria branchia industriale della produzione di contenuti. Esistono oggi catene di montaggio digitali in Macedonia, Bulgaria e Stati Uniti specializzate nella produzione di contenuti digitali fasulli o fuorvianti che sfruttano le caratteristiche degli algoritmi che regolano la pubblicazione sulle piattaforme di Facebook, Twitter e Google. Imprese che hanno uno scopo solamente commerciale, a disposizione del migliore offerente, che sia un governo impegnato nel sabotare una campagna presidenziale o un’azienda in cerca di pubblicità per un proprio prodotto. Questa stortura industriale illustra i tre aspetti maggiormente benefici allo sviluppo della diffusione di massa delle notizie false: un sistema di distribuzione automatico (quindi ripetitivo); un incentivo economico basato sulla popolarità nella sua misura più basica e stupida, cioè il click; la dominanza sul mercato delle piattaforme di distribuzione che appiattiscono la legittimità solo all’incentivo economico, cioè al click.

Nell’infelice intervista del presidente dell’authority Antitrust Giovanni Pitruzzella, il fenomeno viene affrontato come fosse un altro fatto inerente nei media; come se il problema fosse lo sviluppo di nuovi meccanismi (questa volta istituzionali e non tecnologici) di controllo e sorveglianza dei contenuti. Direi che la domanda è mal posta e la soluzione è addirittura nociva. Come forse il ruolo di Pitruzzella dovrebbe suggerire, il problema è essenzialmente sistemico; il mercato sta configurando uno scenario in cui l’incentivo economico è legato alla popolarità definita da un set di misure uniche. Le risorse – in questo caso la pubblicità e il tempo di attenzione dei lettori – scelgono il proprio interlocutore esclusivamente su questa base rendendo di fatto indispensabile per tutte le imprese del settore, anche per le testate più serie, inseguire queste misurazioni. Se il valore riconosciuto al giornalismo d’inchiesta diventa equipollente a quello per la pubblicazione di un titolo particolarmente accattivante, ecco che la seconda diventa una scelta industrialmente più facile, soprattutto se abbinata all’inesistenza di barriere di ingresso tipica del modello digitale. Finanche a creare il contenuto come giustificazione di quel titolo accattivante.

Le notizie false sono sempre esistite, ma oggi sono semanticamente ed economicamente sullo stesso livello rispetto a quelle vere. La quotidianità, la gratuità e il rapporto tra l’utente e la piattaforma social costruiscono un’atmosfera di fiducia e di sospensione dell’incredulità simile a quella che una volta era sollecitata dall’autorità della testata o dal singolo giornalista. Su basi diverse, il pubblico riconosce legittimità a una molecola di contenuto perché questa è parte misurabile della discussione globale, anzi perché questa misurabilità è ormai anche graficamente inserita nella notizia (numero di like, condivisioni, etc). Questa nuova forma di legittimità ha pari validità rispetto all’attributo di verità ma porta una rappresentazione immediata della sua rilevanza rispetto a me, al mio gruppo sociale, al discorso pubblico in generale. Facebook, Google e le altre grandi piattaforme hanno avuto successo nel sostituire, appunto, la rilevanza alla verità per incardinare la costruzione del discorso pubblico. E in questo gli editori hanno aiutato diventando compiacenti protagonisti nella ricerca di queste metriche, di fatto donando la loro attendibilità per via traslata a queste piattaforme.

È inutile, se non complice ricercare una soluzione al problema nello sviluppo di una nuova authority o di uno strumento terzo di controllo che lascia però indisturbato il processo di allocazione delle risorse e della rilevanza nel mercato dell’informazione. Una istituzione che ha come missione il vigilare sulle posizioni di abuso di mercato deve agire sul fatto che queste piattaforme d’intermediazione svolgono un ruolo nella definizione dei flussi economici; un ruolo propedeutico a generare un ambiente in cui la libertà di impresa ha delle storture; in cui tutto il settore è votato a un set di metriche e di tecnologie di proprietà privata di queste piattaforme. Agire, insomma, sull’incentivo economico per liberare risorse che possano rendere economicamente sostenibile per un editore scegliere di produrre un oggetto non destinato al riempimento della dieta social di miliardi di persone, o almeno di conoscere la salsa segreta di queste.

Se vogliamo informare la massa di cittadini, dobbiamo difendere l’industria dell’informazione di massa e questo richiede importanti azioni anti-trust a livello di trasparenza tecnologica; è inaccettabile, infatti, che gli algoritmi che determinano le logiche di pubblicazione verso oltre 4 miliardi di persone nel mondo siano coperti da segreto industriale anche verso coloro che tramite quegli algoritmi fanno impresa. Il problema non va cercato solo nel dovere morale o politico di alcuni, nella timidezza del consumatore a investire il proprio denaro in supporto al buon giornalismo, o nella mancanza di atti di mecenatismo; la società civile ci sta già pensando con numeri record di abbonamenti al NYT on line e con Jeff Bezos e gli 1.4 miliardi di dollari investiti nel Washington Post. Il problema va visto nella struttura industriale dei media moderni. Tra il 2004 e il 2014 i mass media hanno perso 30 miliardi di dollari di fatturato solo negli USA per recuperarne circa 2 con il digitale. Se chiedessimo al pubblico di restituire queste risorse al settore, chiederemmo a tutti gli abitanti degli USA di abbonarsi ai media per la modica cifra di 222$ l’anno, più del doppio di un abbonamento annuale a Netflix. La verità, a volte, è un fatto.

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