Non è un Mercato Digitale per Giovani

apr 19

Non è un Mercato Digitale per Giovani

Siete stanchi di sentire i soliti soloni predicare l’arretratezza della nostra banda larga? Avete ormai a nausea le litanie che lamentano l’assenza di capitale di investimento o, peggio ancora, l’abbondanza di capitale ma solo per il primo stadio e non per la crescita? Vi viene da ridere in faccia a un esercito di start uppers attorno ai 60 anni di età che fanno questo mestiere da ormai 20 anni e non hanno mai scritto una riga di codice? Guardate con un misto di stupore e rassegnazione a società nate nel 2001 che ancora vanno a raccogliere fondi negli eventi destinati al capitale da seme (seed capital)? Vi chiedete, insomma, come mai il Mercato Digitale italiano sia diverso dal resto del mondo? A tutto c’è una spiegazione.

All’inizio di Marzo la Commissione Europea ha pubblicato il suo rapporto annuale sulla digitalizzazione dei paesi membri dell’Unione. Il rapporto contiene l’indice DESI che ordina le nazioni rispetto a un punteggio sincretico che combina 5 dimensioni di sviluppo digitale: Connettività, Capitale Umano, Uso di Internet, Digitalizzazione delle Imprese e dei Servizi Pubblici. L’indice non è lusinghiero per l’Italia che, nell’Europa dei 29, si colloca al 25 posto, davanti solo a Grecia, Bulgaria e Romania. Una situazione aggravata dal fatto che la progressione del nostro paese presenta un tasso di crescita discontinuo sulle diverse direttrici e, in almeno tre dimensioni, di circa la metà della media Europea.

I maggiori passi avanti sono stati fatti nella connettività e nella digitalizzazione delle imprese e dell’amministrazione pubblica. Nel caso della connettività i dati sembrano confermare che il ritardo in termini d’investimenti e di offerta sia stato fortemente ridotto negli ultimi due anni, mentre latita la domanda, con solo il 12% degli Italiani abbonato alla banda larga contro il 37% medio degli altri paesi. Nel caso della digitalizzazione delle imprese l’investimento in tecnologie digitali è pari se non leggermente superiore alla media europea anche se, ancora una volta, l’uso del commercio elettronico, in particolare delle PMI, rimane inferiore di numerosi punti percentuali (7% vs. 17%) proprio in virtù della debolezza della domanda. La stessa storia si ripete a livello di offerta di servizi pubblici, dove gli indici di offerta di servizi e dati da parte dell’amministrazione crescono in linea con la media europea, mentre l’uso degli strumenti digitali da parte del pubblico per comunicare con lo Stato scende, addirittura, rispetto all’anno precedente (16% vs. 18%) e si attesta alla metà della media del continente.

Il paese fa fatica a mantenere il passo degli altri membri dell’Unione in termini di formazione, competenze e comportamenti d’uso. Gli Italiani studiano poco e male: il nostro paese produce pochi laureati in materie scientifiche e matematiche (14 individui su 1000 contro 19 della media europea) e il ritardo si accentua se misuriamo la disponibilità di competenze digitali sul mercato, in particolare nello sviluppo e nella programmazione. Fattori che contribuiscono al fatto che la popolazione in generale accede alla rete meno rispetto agli altri paesi (una media del 67% di accesso quotidiano contro il 79% del resto d’Europa) e usa servizi che richiedono meno pro-attività, raggiungendo i propri concittadini europei solo nel consumo di video e musica digitale. In poche parole, gli Italiani usano la rete come fosse la televisione, consumando intrattenimento in forma passiva e accumulando ritardi rispetto al resto del continente sia nell’uso del commercio elettronico (42% contro 66%), sia nel consumo di informazione (60% contro 63%), sia nell’uso di servizi bancari (42% contro 59%); tutti settori in cui il tasso di crescita nel nostro paese è più lento di tutto il resto dei paesi europei.

Il quadro che emerge è quello di un paese frenato nel suo sviluppo digitale dalla domanda e non da mancanza d’investimenti o da ritardi di offerta. La curva demografica del paese ci consegna una nazione con pochi giovani la cui capacità di acquisto e di influenza è compressa da uno sviluppo economico che concentra su di loro disoccupazione e scarsa retribuzione. Se i giovani in Italia sono pochi e con poca disponibilità di risorse, il resto del paese esprime consumi che di digitale hanno poco e determina un condiviso culturale che pur abusando del termine digitale lo relega appunto a guisa di gadget o a un mondo giovanile che rimane marginale per risorse e potere. Il possesso o l’uso di hardware e software digitale segue ondate più simili alla moda che al consumo culturale, segnala status symbol più che valore d’uso, appartenenza più che indipendenza e utilità.

La debolezza della domanda digitale strangola anche l’innovazione nell’offerta, costringendo aziende e capitale di rischio a fare i conti con un mercato che non premia chi sviluppa prodotti o servizi di distribuzione digitale. Separato dalla possibilità di accedere a una domanda ricca e robusta, il digitale italiano rimane anemico, innervato di aziende che sono start-up da decenni e sopravvivono grazie a network relazionali d’imprenditori e investitori che le mantengono in vita anche senza riscontri di mercato, in un giro di reciproca assistenza che sostiene questa comunità di fatto chiusa in termini di accesso e appartenenza e popolata da ex giovani. In un sistema così disegnato le competenze digitali non fanno la differenza e quindi non sono nutrite dal sistema formativo o dalla classe imprenditoriale, rafforzando così sul mercato e nel sistema paese la conclusione che il digitale sia nella migliore delle ipotesi ancillare se non ininfluente rispetto al successo economico e sociale. Un meccanismo che perpetua un modello distributivo di potere e di risorse che favorisce le generazioni più anziane e le appartenenze a cerchie di relazioni chiuse piuttosto che giovani con competenze e progetti per il mercato, rafforzando la diversità del modello italiano dal resto d’Europa e dalla modernità.

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